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martedì 8 marzo 2016

[emozioni tra le pagine] - Donne in rinascita


«Più dei tramonti, più del volo di un uccello, la cosa meravigliosa in assoluto è una donna in rinascita.
Quando si rimette in piedi dopo la catastrofe, dopo la caduta. Che uno dice: è finita. No, non è mai finita per una donna. Una donna si rialza sempre, anche quando non ci crede, anche se non vuole. Non parlo solo dei dolori immensi, di quelle ferite da mina anti-uomo che ti fa la morte o la malattia. Parlo di te, che questo periodo non finisce più, che ti stai giocando l'esistenza in un lavoro difficile, che ogni mattina è un esame, peggio che a scuola. Te, implacabile arbitro di te stessa, che da come il tuo capo ti guarderà deciderai se sei all'altezza o se ti devi condannare. Così ogni giorno, e questo noviziato non finisce mai. E sei tu che lo fai durare. Oppure parlo di te, che hai paura anche solo di dormirci, con un uomo; che sei terrorizzata che una storia ti tolga l'aria, che non flirti con nessuno perché hai il terrore che qualcuno s'infiltri nella tua vita. Peggio: se ci rimani presa in mezzo tu, poi soffri come un cane. Sei stanca: c'è sempre qualcuno con cui ti devi giustificare, che ti vuole cambiare, o che devi cambiare tu per tenertelo stretto. Così ti stai coltivando la solitudine dentro casa. Eppure te la racconti, te lo dici anche quando parli con le altre: "Io sto bene così. Sto bene così, sto meglio così". E il cielo si abbassa di un altro palmo. Oppure con quel ragazzo ci sei andata a vivere, ci hai abitato Natali e Pasqua. In quell'uomo ci hai buttato dentro l'anima ed è passato tanto tempo, e ne hai buttata talmente tanta di anima, che un giorno cominci a cercarti dentro lo specchio perché non sai più chi sei diventata. Comunque sia andata, ora sei qui e so che c'è stato un momento che hai guardato giù e avevi i piedi nel cemento. Dovunque fossi, ci stavi stretta: nella tua storia, nel tuo lavoro, nella tua solitudine. Ed è stata crisi, e hai pianto. Dio quanto piangete! Avete una sorgente d'acqua nello stomaco. Hai pianto mentre camminavi in una strada affollata, alla fermata della metro, sul motorino. Così, improvvisamente. Non potevi trattenerlo. E quella notte che hai preso la macchina e hai guidato per ore, perché l'aria buia ti asciugasse le guance? E poi hai scavato, hai parlato, quanto parlate, ragazze!Lacrime e parole. Per capire, per tirare fuori una radice lunga sei metri che dia un senso al tuo dolore. "Perché faccio così? Com'è che ripeto sempre lo stesso schema? Sono forse pazza? "Se lo sono chiesto tutte. E allora vai giù con la ruspa dentro alla tua storia, a due, a quattro mani, e saltano fuori migliaia di tasselli. Un puzzle inestricabile. Ecco, è qui che inizia tutto. Non lo sapevi? E' da quel grande fegato che ti ci vuole per guardarti così, scomposta in mille coriandoli, che ricomincerai. Perché una donna ricomincia comunque, ha dentro un istinto che la trascinerà sempre avanti. Ti servirà una strategia, dovrai inventarti una nuova forma per la tua nuova te. Perché ti è toccato di conoscerti di nuovo, di presentarti a te stessa. Non puoi più essere quella di prima. Prima della ruspa. Non ti entusiasma? Ti avvincerà lentamente. Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va, va in corsa. E' un'avventura, ricostruire se stesse. La più grande. Non importa da dove cominci, se dalla casa, dal colore delle tende o dal taglio di capelli. Vi ho sempre adorato, donne in rinascita, per questo meraviglioso modo di gridare al mondo "sono nuova" con una gonna a fiori o con un fresco ricciolo biondo. Perché tutti devono capire e vedere: "Attenti: il cantiere è aperto, stiamo lavorando anche per voi. Ma soprattutto per noi stesse". Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa. È la primavera a novembre. Quando meno te l'aspetti...»
[testo originale Diego Cugia, alias Jack Folla]

lunedì 19 maggio 2014

[emozioni tra le pagine] - Tirare avanti senza averti raggiunto

«Anime gemelle non saremmo mai state (io e Kathy): eravamo due barche incontratesi in mezzo al mare, l'una aveva cambiato rotta per navigare per un po' nella stessa direzione dell'altra, su un mare deserto. Barche differenti, in viaggio per differenti porti, e lo sapevamo.
Ebbi la curiosa sensazione di star segnando il passo, di star aspettando che qualcosa accadesse prima che la mia vita potesse prendere la sua strana strada incantata, andar dritta al suo scopo, alla sua meta.Fossi un'anima gemella separata dal mio amore, - pensavo - m'aspetterei che lei tirasse avanti come meglio può senza di me, finché in qualche modo ci troveremo a vicenda. Nel frattempo, mia cara gemella sconosciuta, t'aspetti la stessa cosa da me?»
[da "Un ponte sull'eternità" di Richard Bach]

venerdì 9 maggio 2014

emozioni tra le pagine- I poveri non ci lasceranno dormire di Alex Zanottelli

Testo tratto da I poveri non ci lasceranno dormire di Alex Zanottelli, Mondolibri edizioni.
Volti di donne che pagano sulla loro pelle le assurdità del sistema. Il volto di Giuliana, abbandonata con tre figli dal marito, sicuro che la moglie avesse l’Aids. Lei non riuscì più a pagare l’affitto della baracca, e il padrone la cacciò fuori dalla stanzetta, con i bimbi e le poche masserizie.  (…)
E riandai alla figura di Agar, la schiava che ebbe un figlio da Abramo, e che Sara prontamente cacciò di casa. “Agar se ne andò, e si smarrì per il deserto di Bersabea. Tutta l’acqua dell’otre era venuta a mancare. Allora essa depose il fanciullo sotto un cespuglio, e andò a sedersi di fronte, alla distanza di un tiro d’arco, perché diceva: ‘Non voglio vedere morire il fanciullo’. Quando gli si fu seduta di fronte, egli alzò la voce e pianse. Ma Dio udì la voce del fanciullo.”
E’ il libro della Genesi. Agar, figura emblematica di tutte le donne schiave della storia, di tutte le donne di Korogocho, e anche di Giuliana, che pochi giorni dopo, moriva abbandonata in quella baracca.
Il volto di Martin, uno dei raccoglitori di rifiuti della discarica, stroncato dal male a sera tardi, davanti alla sua casupola, vegliato durante la notte dalla gente perché quel corpo non fosse sbranato dai cani. Lo trovai al mattino, ai bordi della strada, adagiato in mezzo ai rifiuti e avvolto da uno stuolo di mosche Tolsi uno straccio nero che lo copriva, e vidi quel volto tumefatto: lo guardo e lo riguardo, è il volto del crocefisso. “Dio mio, Dio mio, Dio mio assente e lontano! Io ti chiamo di giorno e Tu muto…e io invece un verme, non uomo, un obbrobrio di uomo, un rifiuto!”. Un rifiuto tra i rifiuti ai bordi della discarica, a pochi metri dall’acquitrino, a fianco del fiume Nairobi, la città le cui acque puzzano come quel rifiuto fuori dalle mura di Gerusalemme. Pregai con la gente della discarica per dare dignità a quest’uomo, che non l’ha mai avuta.
Questo dare dignità ai poveri! Come un’altra sera, quando arrivammo alla baracca di un giovanotto distrutto dall’Aids: pioveva a catinelle, e in quella baracca sommersa dall’acqua non riuscivamo neanche ad entrare. Il soffitto era tutto un buco e, per ripararsi, Njuguna aveva messo un pezzo di nylon sopra il letto. Ovunque, sputi e immondizia: “Ho sete!”, fu l’ultima cosa che riuscì a dire, e corremmo a prendergli un bicchiere d’acqua. Volevamo celebrare l’Eucarestia, ma non c’era neanche un angolo dove mettere il pane. O forse la messa era già celebrata, anche senza pane e vino, con quel “Ho sete!”, e col corpo spezzato di quel giovane abbandonato da tutti, anche dai suoi familiari. Messa dei disperati, ‘acqua’ della speranza!

mercoledì 7 maggio 2014

[emozioni tra le pagine] - Andrea Virili, "Troppodomani"


 
“Mi mancherai”. 
Quella frase gli era rimbombata in testa tutto il tempo, 
e adesso a pronunciarla sembrava finta, sciupata.
[Andrea Virili, "Troppodomani"]

mercoledì 2 aprile 2014

[emozioni tra le pagine]-Umanità

Testo tratto da I poveri non ci lasceranno dormire, di Alex Zanottelli, Mondolibri edizioni.

Volti di donne che pagano sulla loro pelle le assurdità del sistema. Il volto di Giuliana, abbandonata con tre figli dal marito, sicuro che la moglie avesse l'Aids. Lei non riuscì più a pagare l'affitto della baracca, e il padrone la cacciò fuori dalla stanzetta, con i bimbi e le poche masserizie.  (...)
E riandai alla figura di Agar, la schiava che ebbe un figlio da Abramo, e che Sara prontamente cacciò di casa. "Agar se ne andò, e si smarrì per il deserto di Bersabea. Tutta l'acqua dell'otre era venuta a mancare. Allora essa depose il fanciullo sotto un cespuglio, e andò a sedersi di fronte, alla distanza di un tiro d'arco, perché diceva: 'Non voglio vedere morire il fanciullo'. Quando gli si fu seduta di fronte, egli alzò la voce e pianse. Ma Dio udì la voce del fanciullo."
E' il libro della Genesi. Agar, figura emblematica di tutte le donne schiave della storia, di tutte le donne di Korogocho, e anche di Giuliana, che pochi giorni dopo, moriva abbandonata in quella baracca.
Il volto di Martin, uno dei raccoglitori di rifiuti della discarica, stroncato dal male a sera tardi, davanti alla sua casupola, vegliato durante la notte dalla gente perché quel corpo non fosse sbranato dai cani. Lo trovai al mattino, ai bordi della strada, adagiato in mezzo ai rifiuti e avvolto da uno stuolo di mosche Tolsi uno straccio nero che lo copriva, e vidi quel volto tumefatto: lo guardo e lo riguardo, è il volto del crocefisso. "Dio mio, Dio mio, Dio mio assente e lontano! Io ti chiamo di giorno e Tu muto...e io invece un verme, non uomo, un obbrobrio di uomo, un rifiuto!". Un rifiuto tra i rifiuti ai bordi della discarica, a pochi metri dall'acquitrino, a fianco del fiume Nairobi, la città le cui acque puzzano come quel rifiuto fuori dalle mura di Gerusalemme. Pregai con la gente della discarica per dare dignità a quest'uomo, che non l'ha mai avuta.
Questo dare dignità ai poveri! Come un'altra sera, quando arrivammo alla baracca di un giovanotto distrutto dall'Aids: pioveva a catinelle, e in quella baracca sommersa dall'acqua non riuscivamo neanche ad entrare. Il soffitto era tutto un buco e, per ripararsi, Njuguna aveva messo un pezzo di nylon sopra il letto. Ovunque, sputi e immondizia: "Ho sete!", fu l'ultima cosa che riuscì a dire, e corremmo a prendergli un bicchiere d'acqua. Volevamo celebrare l'Eucarestia, ma non c'era neanche un angolo dove mettere il pane. O forse la messa era già celebrata, anche senza pane e vino, con quel "Ho sete!", e col corpo spezzato di quel giovane abbandonato da tutti, anche dai suoi familiari. Messa dei disperati, 'acqua' della speranza!


martedì 25 marzo 2014

[emozioni tra le pagine] - Poche parole per descrivere un'emozione

«Riuscii a prendere sonno solo quando l’alba sparse sulla finestra della mia stanza cento toni di grigio, non saprei dire quale più pessimista.»
[da "L'ombra del vento" di Carlos Ruiz Zafòn]

[emozioni tra le pagine] - Un cuor fedele...


[emozioni tra le pagine] - Da cosa si giudica una persona


[emozioni tra le pagine] - La sorte e il mutamento



[emozioni tra le pagine] - l'Assenza


giovedì 20 marzo 2014

Emozioni tra le pagine- La morte di Didone

Oggi voglio postarvi un brano del Libro IV dell'Eneide di Virgilio. La traduzione è di Giuseppe Albini.
Ogni tanto un po' di sano classicismo fa bene alla salute.



Trepida allor e ne l'impresa atroce
Dido ardente, rotando occhi sanguigni,
sparsa di macchie le frementi gote,
pallida già de la futura morte,
nel cuore irrompe de la casa, in cima
al rogo sale furibonda e snuda,
dono non chiesto a ciò, la teucra spada.
Poi che le iliache vesti e il noto letto
mirò, sospesa in pianto ed in pensiero
un istante, piegò su quella coltre
e disse le novissime parole:
«O dolci spoglie mentre a' fati e a Dio
piaceva, ricevete questa vita
e da tanto dolor mi liberate.
Vissi, e il cammino che mi diè fortuna
percorsi; or grande l'ombra mia sotterra
andrà: superba una città fondai,
mie mura vidi; vendicai lo sposo
e al nemico fratello inflissi pena.
Avventurata, ahi troppo avventurata,
sol che mai tocco non avesser prore
dardanie il nostro lido!» Indi premendo
il suo viso a la coltrice «Morremo
invendicate, dice, e pur moriamo.
Cosí, cosí voglio ire a l'ombre. Miri
questa vampa dal mar l'empio troiano;
l'augurio abbia con sé de la mia morte».
Avea detto, e tra il dire abbandonata
su la punta la vedono le ancelle
con la spada e le mani sanguinose.
Sale il grido a le volte alte; la Fama
per la città commossa si propaga:
pianti, sospiri e femminili strida
scuoton la reggia, e l'aëre risuona
d'un immenso dolor, non altrimenti
che se rovini da' nemici invasa
tutta Cartagine o l'antica Tiro
e furenti sormontino le fiamme

degli uomini le case e degli Dei.

A cura di Ginevra Wilde

lunedì 3 marzo 2014

[emozioni tra le pagine] - Il bisogno di te...

«Miriam, anche solo immaginare il tuo modo di parlare mi calma. E mi rende
felice. Mi scorre nel corpo come una medicina, facendoti gorgogliare dentro di me. Non smettere. Non smettere mai.»
[da "Che tu sia per me il coltello" di David Grossmann]



giovedì 20 febbraio 2014

[emozioni tra le pagine] - Zafòn

«Riuscii a prendere sonno solo quando l’alba sparse sulla finestra della mia stanza cento toni di grigio,
 non saprei dire quale più pessimista.»
[da "L'ombra del vento" di Carlos Ruiz Zafòn]

[emozioni tra le pagine] - Altrove...

«Diamantis gettò il mozzicone in acqua. Il mare gli mancava. Non era mai riuscito a convincersi che sulla terraferma si potesse star bene, nemmeno in un porto. Quasi trent'anni di navigazione, e la sua vita restava sul mare. In mare, e soltanto lì, si sentiva libero. In mare non si sentiva né vivo né morto. Solo altrove.
Un altrove in cui riusciva a trovare qualche buona ragione per essere se stesso. E gli bastava.»
[da "Marinai perduti" di Jean Claude Izzo, 1997]