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martedì 21 marzo 2017

21 marzo: Giornata mondiale della poesia | Festeggiamola con i versi di Szymborska | [Magla's Addicted] - Szymborska "Prospettiva" (poesia)

Wislawa Szymborska
– Prospettiva


Si sono incrociati come estranei, senza un gesto o una parola, lei diretta al negozio, lui alla sua auto.
Forse smarriti O distratti O immemori Di essersi, per un breve attimo, amati per sempre.
D’altronde nessuna garanzia Che fossero loro. Sì, forse, da lontano, ma da vicino niente affatto.
Li ho visti dalla finestra E chi guarda dall’alto Sbaglia più facilmente.
Lei è sparita dietro la porta a vetri, lui si è messo al volante ed è partito in fretta. Cioè, come se nulla fosse accaduto, anche se è accaduto.
E io, solo per un istante Certa di quel che ho visto, cerco di persuadere Voi, Lettori, con brevi versi occasionali quanto triste è stato.

(a cura di Pino Prete)

giovedì 21 aprile 2016

[Magla's Addicted] - Novembre profuma di lillà, poesia di Santina Gullotto




NOVEMBRE PROFUMA DI LILLA'
di Santina Gullotto



Giorni che emanano palpabile tristezza, l'aria pungente ad ogni tocco di orologio..... Il calore del sole fievole e sfuggente, è appena più caldo solo a mezzogiorno..... La natura violentata dall'umana avidità, adesso stanca, quel che volevi ti darà..... Mai per quanto di male ha ricevuto, solo in parte te lo renderà. E meno crudele di quanto ti aspetti, di quanto con lei tu sei stato..... E dopo il vento,e fulmini,e aette..... Ti regala un novembre, che profuma di lillà.....

(a cura di Pino Prete)

venerdì 15 aprile 2016

[Magla's Addicted] - Bolero, poesia di Julio Cortazàr

Julio Cortazàr
– Bolero

Che vanità immaginare che possa darti tutto, l’amore e la fortuna, itinerari, musica, giocattoli. Di sicuro è così: ti do tutto me stesso, sicuro, però tutto me stesso non ti basta come a me non basta che tu mi dia tutta te stessa. Per questo non saremo mai la coppia perfetta, la cartolina, se non siamo capaci di accettare che solo in aritmetica il due nasce dall’uno più uno.
Di là un foglietto che recita solamente:
sempre sei stata il mio specchio, voglio dire che per vedermi dovevo guardarti.

(a cura di Pino Prete)

martedì 23 febbraio 2016

[Magla's Addicted] - Poesia di Julio Cortazàr

Julio Cortazàr
– Poesia

Non chiedo di glorie né di nevi, voglio sapere dove si riuniscono le rondini morte, dove finiscono le scatole di fiammiferi usati. Per quanto sia grande il mondo ci sono le unghie tagliate, i pelucchi, i sacchi affaticati, le ciglia che cadono. Dove vanno le nebbie, i fondi di caffè, gli almanacchi di un tempo? Chiedo del nulla che ci muove; in questi cimiteri congetturo che la paura cresce a poco a poco, e che lì cova il Roc.

(a cura di Pino Prete)

mercoledì 3 febbraio 2016

[Magla's Addicted] - Il primo amore, poesia di Wislawa Szymborska

Wisława Szymborska
– Il primo amore -

Dicono che il primo amore sia il più importante. Ciò è molto romantico ma non è il mio caso. Qualcosa tra noi c’è stato e non c’è stato, è accaduto e si è perduto. Non mi tremano le mani quando mi imbatto in piccoli ricordi e in un rotolo di lettere legate con lo spago nemmeno con un nastrino. Il nostro unico incontro dopo anni, la conversazione di due sedie intorno a un freddo tavolino. Atri amori ancora respirano profondamente in me. A questo manca il fiato per sospirare. Eppure proprio così com’è, è capace di ciò di cui quelli non sono ancora capaci: non ricordato, neppure sognato, mi familiarizza con la morte.

(a cura di Pino Prete)

venerdì 18 dicembre 2015

[Magla's Addicted] - La primavera sorrideva, Antonio Machado



Antonio Machado  

La primavera sorrideva


La primavera sorrideva ...Un giorno mi sorprese la primavera che In tutti i campi intorno sorrideva. Verdi foglie in germoglio gialle rigonfie gemme delle fronde, fiori gialli, bianchi e rossi davano varietà di toni al paesaggio.

E il sole sulle fronde tenere era una pioggia di raggi d'oro; nel sonoro scorrere del fiume ampio si specchiavano argentei e sottili i pioppi.


(a cura di Pino Prete)

giovedì 17 dicembre 2015

[Magla's Addicted] - I 41 CANTI DI GIACOMO LEOPARDI


VIII - INNO Al PATRIARCHI, O DE' PRINCIPII DEL GENERE UMANO
Giacomo Leopardi


E voi de' figli dolorosi il canto, Voi dell'umana prole incliti padri, Lodando ridirà; molto all'eterno Degli astri agitator più cari, e molto Di noi men lacrimabili nell'alma Luce prodotti. Immedicati affanni Al misero mortal, nascere al pianto, E dell'etereo lume assai più dolci Sortir l'opaca tomba e il fato estremo, Non la pietà, non la diritta impose Legge del cielo. E se di vostro antico Error che l'uman seme alla tiranna Possa de' morbi e di sciagura offerse, Grido antico ragiona, altre più dire Colpe de' figli, e irrequieto ingegno, E demenza maggior l'offeso Olimpo N'armaro incontra, e la negletta mano Dell'altrice natura; onde la viva Fiamma n'increbbe, e detestato il parto Fu del grembo materno, e violento Emerse il disperato Erebo in terra.
Tu primo il giorno, e le purpuree faci Delle rotanti sfere, e la novella Prole de' campi, o duce antico e padre Dell'umana famiglia, e tu l'errante Per li giovani prati aura contempli: Quando le rupi e le deserte valli Precipite l'alpina onda feria D'inudito fragor; quando gli ameni Futuri seggi di lodate genti E di cittadi romorose, ignota Pace regnava; e gl'inarati colli Solo e muto ascendea l'aprico raggio Di febo e l'aurea luna. Oh fortunata, Di colpe ignara e di lugubri eventi, Erma terrena sede! Oh quanto affanno Al gener tuo, padre infelice, e quale D'amarissimi casi ordine immenso Preparano i destini! Ecco di sangue Gli avari colti e di fraterno scempio Furor novello incesta, e le nefande Ali di morte il divo etere impara. Trepido, errante il fratricida, e l'ombre Solitarie fuggendo e la secreta Nelle profonde selve ira de' venti, Primo i civili tetti, albergo e regno Alle macere cure, innalza; e primo Il disperato pentimento i ciechi Mortali egro, anelante, aduna e stringe Ne' consorti ricetti: onde negata L'improba mano al curvo aratro, e vili Fur gli agresti sudori; ozio le soglie Scellerate occupò; ne' corpi inerti Domo il vigor natio, languide, ignave Giacquer le menti; e servitù le imbelli Umane vite, ultimo danno, accolse.
E tu dall'etra infesto e dal mugghiante Su i nubiferi gioghi equoreo flutto Scampi l'iniquo germe, o tu cui prima Dall'aer cieco e da' natanti poggi Segno arrecò d'instaurata spene La candida colomba, e delle antiche Nubi l'occiduo Sol naufrago uscendo, L'atro polo di vaga iri dipinse. Riede alla terra, e il crudo affetto e gli empi Studi rinnova e le seguaci ambasce La riparata gente. Agl'inaccessi Regni del mar vendicatore illude Profana destra, e la sciagura e il pianto A novi liti e nove stelle insegna.
Or te, padre de' pii, te giusto e forte, E di tuo seme i generosi alunni Medita il petto mio. Dirò siccome Sedente, oscuro, in sul meriggio all'ombre Del riposato albergo, appo le molli Rive del gregge tuo nutrici e sedi, Te de' celesti peregrini occulte Beàr l'eteree menti; e quale, o figlio Della saggia Rebecca, in su la sera, Presso al rustico pozzo e nella dolce Di pastori e di lieti ozi frequente Aranitica valle, amor ti punse Della vezzosa Labanide: invitto Amor, ch'a lunghi esigli e lunghi affanni E di servaggio all'odiata soma Volenteroso il prode animo addisse.
Fu certo, fu (nè d'error vano e d'ombra L'aonio canto e della fama il grido Pasce l'avida plebe) amica un tempo Al sangue nostro e dilettosa e cara Questa misera piaggia, ed aurea corse Nostra caduca età. Non che di latte Onda rigasse intemerata il fianco Delle balze materne, o con le greggi Mista la tigre ai consueti ovili Nè guidasse per gioco i lupi al fonte Il pastorel; ma di suo fato ignara E degli affanni suoi, vota d'affanno Visse l'umana stirpe; alle secrete Leggi del cielo e di natura indutto Valse l'ameno error, le fraudi, il molle Pristino velo; e di sperar contenta Nostra placida nave in porto ascese.
Tal fra le vaste californie selve Nasce beata prole, a cui non sugge Pallida cura il petto, a cui le membra Fera tabe non doma; e vitto il bosco, Nidi l'intima rupe, onde ministra L'irrigua valle, inopinato il giorno Dell'atra morte incombe. Oh contra il nostro Scellerato ardimento inermi regni Della saggia natura! I lidi e gli antri E le quiete selve apre l'invitto Nostro furor; le violate genti Al peregrino affanno, agl'ignorati Desiri educa; e la fugace, ignuda Felicità per l'imo sole incalza.

(a cura di Pino Prete)

mercoledì 16 dicembre 2015

[Magla's Addicted] - Il lago incantato, Santina Gullotto


IL LAGO INCANTATO
di Santina Gullotto


Quell'ombra ferma sul lago incantato..... Appena mosso, da un vento leggero, la sua calma nasconde il grande dolore di una vita vissuta tra apparenti gioie..... Gioie svanite nel nulla, come cerchi d'acqua dal sassolino infranta. Leggere scie sul lago incantato, lasciano ancora i cigni innocenti..... Bianchi, puri come solo la fede può mantenere i limpidi cuori, anche contro la caligine nera che annichilisce i valori perduti..... E lì quel giorno ho sepolto quel pezzo di vita..... Sul fondo rimane, nel grande silenzio del lago incantato, nell'attesa del grande, trionfante risveglio.....

(a cura di Pino Prete)

martedì 15 dicembre 2015

[Magla's Addicted] - Szymborzka "Il 16 maggio 1973" poesia

Wislawa Szymborska
– Il 16 maggio 1973


Una delle tante date
Che non mi dicono più nulla.
Dove sono andata quel giorno, che cosa ho fatto – non lo so.
Se lì vicino fosse stato commesso un delitto - non avrei un alibi.
Il sole sfolgorò e si spense
Senza che ci facessi caso.
La terra ruotò
E non ne presi nota.
Mi sarebbe più lieve pensare
Di essere morta per poco, piuttosto che ammettere di non ricordare nulla benché sia vissuta senza interruzioni.
Non ero un fantasma, dopotutto, respiravo, mangiavo, si sentiva il rumore dei miei passi, e le impronte delle mie dita dovevano restare sulle maniglie.
Lo specchio rifletteva la mia immagine.
Indossavo qualcosa d’un qualche colore.
Certamente più d’uno mi vide,
Forse quel giorno Trovai una cosa andata perduta.
Forse ne persi una trovata poi.
Ero colma di emozioni e impressioni.
Adesso tutto questo è come
Tanti puntini tra parentesi.
Dove mi ero rintanata,
dove mi ero cacciata
 – niente male come scherzetto perdermi di vista così.
Scuoto la mia memoria –
Forse tra i suoi rami qualcosa
Addormentato da anni
Si leverà con un frullo.

(a cura di Pino Prete)

lunedì 14 dicembre 2015

[Magla's Addicted] - Due brevi poesie di Julio Cortazàr



Julio Cortazàr
– Cerco -

Cerco la tua somma, il bordo del bicchiere in cui il vino si fa luna e specchio.
Cerco quella linea che fa tremare un uomo nella sala di un museo.
E poi ti voglio bene, nel tempo e nel freddo


Julio Cortazàr
– Dopo le feste -

E quando tutti se ne andavano e restavamo in due tra bicchieri vuoti e portacenere sporchi, com’era bello sapere che eri lì come una corrente che ristagna, sola con me sull’orlo della notte e che duravi, eri più che il tempo, eri quella che non se ne andava perché uno stesso cuscino e uno stesso tepore ci avrebbero chiamati di nuovo a svegliare il nuovo giorno, insieme, ridendo, spettinati.

(a cura di Pino Prete)

venerdì 11 dicembre 2015

[Magla's Addicted] - I 41 CANTI DI GIACOMO LEOPARDI


III - AD ANGELO MAI, QUAND'EBBE TROVATO I LIBRI DI CICERONE DELLA REPUBBLICA

Italo ardito, a che giammai non posi Di svegliar dalle tombe I nostri padri? ed a parlar gli meni A questo secol morto, al quale incombe Tanta nebbia di tedio? E come or vieni Sì forte a' nostri orecchi e sì frequente, Voce antica de' nostri, Muta sì lunga etade? e perchè tanti Risorgimenti? In un balen feconde Venner le carte; alla stagion presente I polverosi chiostri Serbaro occulti i generosi e santi Detti degli avi. E che valor t'infonde, Italo egregio, il fato? O con l'umano Valor forse contrasta il fato invano?
Certo senza de' numi alto consiglio Non è ch'ove più lento E grave è il nostro disperato obblio, A percoter ne rieda ogni momento Novo grido de' padri. Ancora è pio Dunque all'Italia il cielo; anco si cura Di noi qualche immortale: Ch'essendo questa o nessun'altra poi L'ora da ripor mano alla virtude Rugginosa dell'itala natura, Veggiam che tanto e tale E' il clamor de' sepolti, e che gli eroi Dimenticati il suol quasi dischiude, A ricercar s'a questa età sì tarda Anco ti giovi, o patria, esser codarda.
Di noi serbate, o gloriosi, ancora Qualche speranza? in tutto Non siam periti? A voi forse il futuro Conoscer non si toglie. Io son distrutto Nè schermo alcuno ho dal dolor, che scuro M'è l'avvenire, e tutto quanto io scerno E' tal che sogno e fola Fa parer la speranza. Anime prodi Ai tetti vostri inonorata, immonda Plebe successe; al vostro sangue è scherno E d'opra e di parola Ogni valor; di vostre eterne lodi Nè rossor più nè invidia; ozio circonda I monumenti vostri; e di viltade Siam fatti esempio alla futura etade.
Bennato ingegno, or quando altrui non cale De' nostri alti parenti, A te ne caglia, a te cui fato aspira Benigno sì che per tua man presenti Paion que' giorni allor che dalla dira Obblivione antica ergean la chioma, Con gli studi sepolti, I vetusti divini, a cui natura Parlò senza svelarsi, onde i riposi Magnanimi allegràr d'Atene e Roma. Oh tempi, oh tempi avvolti In sonno eterno! Allora anco immatura La ruina d'Italia, anco sdegnosi Eravam d'ozio turpe, e l'aura a volo Più faville rapia da questo suolo.
Eran calde le tue ceneri sante, Non domito nemico Della fortuna, al cui sdegno e dolore Fu più l'averno che la terra amico. L'averno: e qual non è parte migliore Di questa nostra? E le tue dolci corde Sussurravano ancora Dal tocco di tua destra, o sfortunato Amante. Ahi dal dolor comincia e nasce L'italo canto. E pur men grava e morde Il mal che n'addolora Del tedio che n'affoga. Oh te beato, A cui fu vita il pianto! A noi le fasce Cinse il fastidio; a noi presso la culla Immoto siede, e su la tomba, il nulla.
Ma tua vita era allor con gli astri e il mare, Ligure ardita prole, Quand'oltre alle colonne, ed oltre ai liti Cui strider l'onde all'attuffar del sole Parve udir su la sera, agl'infiniti Flutti commesso, ritrovasti il raggio Del Sol caduto, e il giorno Che nasce allor ch'ai nostri è giunto al fondo; E rotto di natura ogni contrasto, Ignota immensa terra al tuo viaggio Fu gloria, e del ritorno Ai rischi. Ahi ahi, ma conosciuto il mondo Non cresce, anzi si scema, e assai più vasto L'etra sonante e l'alma terra e il mare Al fanciullin, che non al saggio, appare.
Nostri sogni leggiadri ove son giti Dell'ignoto ricetto D'ignoti abitatori, o del diurno Degli astri albergo, e del rimoto letto Della giovane Aurora, e del notturno Occulto sonno del maggior pianeta? Ecco svaniro a un punto, E figurato è il mondo in breve carta; Ecco tutto è simile, e discoprendo, Solo il nulla s'accresce. A noi ti vieta Il vero appena è giunto, O caro immaginar; da te s'apparta Nostra mente in eterno; allo stupendo Poter tuo primo ne sottraggon gli anni; E il conforto perì de' nostri affanni.
Nascevi ai dolci sogni intanto, e il primo Sole splendeati in vista, Cantor vago dell'arme e degli amori, Che in età della nostra assai men trista Empièr la vita di felici errori: Nova speme d'Italia. O torri, o celle, O donne, o cavalieri, O giardini, o palagi! a voi pensando, In mille vane amenità si perde La mente mia. Di vanità, di belle Fole e strani pensieri Si componea l'umana vita: in bando Li cacciammo: or che resta? or poi che il verde E' spogliato alle cose? Il certo e solo Veder che tutto è vano altro che il duolo.
O Torquato, o Torquato, a noi l'eccelsa Tua mente allora, il pianto A te, non altro, preparava il cielo. Oh misero Torquato! il dolce canto Non valse a consolarti o a sciorre il gelo Onde l'alma t'avean, ch'era sì calda, Cinta l'odio e l'immondo Livor privato e de' tiranni. Amore, Amor, di nostra vita ultimo inganno, T'abbandonava. Ombra reale e salda Ti parve il nulla, e il mondo Inabitata piaggia. Al tardo onore Non sorser gli occhi tuoi; mercè, non danno, L'ora estrema ti fu. Morte domanda Chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda.
Torna torna fra noi, sorgi dal muto E sconsolato avello, Se d'angoscia sei vago, o miserando Esemplo di sciagura. Assai da quello Che ti parve sì mesto e sì nefando, E' peggiorato il viver nostro. O caro, Chi ti compiangeria, Se, fuor che di se stesso, altri non cura? Chi stolto non direbbe il tuo mortale Affanno anche oggidì, se il grande e il raro Ha nome di follia; Nè livor più, ma ben di lui più dura La noncuranza avviene ai sommi? o quale, Se più de' carmi, il computar s'ascolta, Ti appresterebbe il lauro un'altra volta?
Da te fino a quest'ora uom non è sorto, O sventurato ingegno, Pari all'italo nome, altro ch'un solo, Solo di sua codarda etate indegno Allobrogo feroce, a cui dal polo Maschia virtù, non già da questa mia Stanca ed arida terra, Venne nel petto; onde privato, inerme, (Memorando ardimento) in su la scena Mosse guerra a' tiranni: almen si dia Questa misera guerra E questo vano campo all'ire inferme Del mondo. Ei primo e sol dentro all'arena Scese, e nullo il seguì, che l'ozio e il brutto Silenzio or preme ai nostri innanzi a tutto.
Disdegnando e fremendo, immacolata Trasse la vita intera, E morte lo scampò dal veder peggio. Vittorio mio, questa per te non era Età nè suolo. Altri anni ed altro seggio Conviene agli alti ingegni. Or di riposo Paghi viviamo, e scorti Da mediocrità: sceso il sapiente E salita è la turba a un sol confine, Che il mondo agguaglia. O scopritor famoso, Segui; risveglia i morti, Poi che dormono i vivi; arma le spente Lingue de' prischi eroi; tanto che in fine Questo secol di fango o vita agogni E sorga ad atti illustri, o si vergogni.

(a cura di Pino Prete)

giovedì 10 dicembre 2015

[Magla'sAddicted] - Amo ogni tuo ciglio, di Julio Cortazàr

Julio Cortázar
– Amo ogni tuo ciglio -

Julio-Cortazàr-Amo-ogni-tuo-ciglioAmo ogni tuo ciglio, ogni tuo capello, ti combatto in candidi corridoi dove si giocano le fonti della luce, ti discuto in ogni nome, ti strappo con delicatezza di cicatrice, a poco a poco ti metto nei capelli cenere di lampo e nastri assopiti nella pioggia. Non voglio che tu abbia una forma, che tu sia esattamente quello che viene dietro la tua mano, perché l’acqua, pensa all’acqua, e ai leoni quando si sciolgono nello zucchero della fiaba, e ai gesti, architettura del nulla, le loro lampade accese a metà dell’incontro. Ogni domani è l’ardesia su cui ti invento e ti disegno, pronto a cancellarti, non sei così, neppure con quei capelli lisci, quel sorriso. Cerco la tua somma, il bordo del bicchiere in cui il vino si fa luna e specchio, cerco quella linea che fa tremare un uomo nella sala di un museo. E poi ti voglio bene, nel tempo e nel freddo.

(a cura di Pino Prete)

giovedì 3 dicembre 2015

[Magla's Addicted] - I 41 CANTI DI GIACOMO LEOPARDI


II - SOPRA IL MONUMENTO DI DANTE CHE SI PREPARAVA IN FIRENZE


Perchè le nostre genti Pace sotto le bianche ali raccolga, Non fien da' lacci sciolte Dell'antico sopor l'itale menti S'ai patrii esempi della prisca etade Questa terra fatal non si rivolga. O Italia, a cor ti stia Far ai passati onor; che d'altrettali Oggi vedove son le tue contrade, Nè v'è chi d'onorar ti si convegna. Volgiti indietro, e guarda, o patria mia, Quella schiera infinita d'immortali, E piangi e di te stessa ti disdegna; Che senza sdegno omai la doglia è stolta: Volgiti e ti vergogna e ti riscuoti, E ti punga una volta Pensier degli avi nostri e de' nepoti.
D'aria e d'ingegno e di parlar diverso Per lo toscano suol cercando gia L'ospite desioso Dove giaccia colui per lo cui verso Il meonio cantor non è più solo. Ed, oh vergogna! udia Che non che il cener freddo e l'ossa nude Giaccian esuli ancora Dopo il funereo dì sott'altro suolo, Ma non sorgea dentro a tue mura un sasso, Firenze, a quello per la cui virtude Tutto il mondo t'onora. Oh voi pietosi, onde sì tristo e basso Obbrobrio laverà nostro paese! Bell'opra hai tolta e di ch'amor ti rende, Schiera prode e cortese, Qualunque petto amor d'Italia accende.
Amor d'Italia, o cari, Amor di questa misera vi sproni, Ver cui pietade è morta In ogni petto omai, perciò che amari Giorni dopo il seren dato n'ha il cielo. Spirti v'aggiunga e vostra opra coroni Misericordia, o figli, E duolo e sdegno di cotanto affanno Onde bagna costei le guance e il velo. Ma voi di quale ornar parola o canto Si debbe, a cui non pur cure o consigli, Ma dell'ingegno e della man daranno I sensi e le virtudi eterno vanto Oprate e mostre nella dolce impresa? Quali a voi note invio, sì che nel core, Sì che nell'alma accesa Nova favilla indurre abbian valore?
Voi spirerà l'altissimo subbietto, Ed acri punte premeravvi al seno. Chi dirà l'onda e il turbo Del furor vostro e dell'immenso affetto? Chi pingerà l'attonito sembiante? Chi degli occhi il baleno? Qual può voce mortal celeste cosa Agguagliar figurando? Lunge sia, lunge alma profana. Oh quante Lacrime al nobil sasso Italia serba! Come cadrà? come dal tempo rosa Fia vostra gloria o quando? Voi, di ch'il nostro mal si disacerba, Sempre vivete, o care arti divine, Conforto a nostra sventurata gente, Fra l'itale ruine Gl'itali pregi a celebrare intente.
Ecco voglioso anch'io Ad onorar nostra dolente madre Porto quel che mi lice, E mesco all'opra vostra il canto mio, Sedendo u' vostro ferro i marmi avviva. O dell'etrusco metro inclito padre, Se di cosa terrena, Se di costei che tanto alto locasti Qualche novella ai vostri lidi arriva, Io so ben che per te gioia non senti, Che saldi men che cera e men ch'arena, Verso la fama che di te lasciasti, Son bronzi e marmi; e dalle nostre menti Se mai cadesti ancor, s'unqua cadrai, Cresca, se crescer può, nostra sciaura, E in sempiterni guai Pianga tua stirpe a tutto il mondo oscura.
Ma non per te; per questa ti rallegri Povera patria tua, s'unqua l'esempio Degli avi e de' parenti Ponga ne' figli sonnacchiosi ed egri Tanto valor che un tratto alzino il viso. Ahi, da che lungo scempio Vedi afflitta costei, che sì meschina Te salutava allora Che di novo salisti al paradiso! Oggi ridotta sì che a quel che vedi, Fu fortunata allor donna e reina. Tal miseria l'accora Qual tu forse mirando a te non credi. Taccio gli altri nemici e l'altre doglie; Ma non la più recente e la più fera, Per cui presso alle soglie Vide la patria tua l'ultima sera.
Beato te che il fato A viver non dannò fra tanto orrore; Che non vedesti in braccio L'itala moglie a barbaro soldato; Non predar, non guastar cittadi e colti L'asta inimica e il peregrin furore; Non degl'itali ingegni Tratte l'opre divine a miseranda Schiavitude oltre l'alpe, e non de' folti Carri impedita la dolente via; Non gli aspri cenni ed i superbi regni; Non udisti gli oltraggi e la nefanda Voce di libertà che ne schernia Tra il suon delle catene e de' flagelli. Chi non si duol? che non soffrimmo? intatto Che lasciaron quei felli? Qual tempio, quale altare o qual misfatto?
Perchè venimmo a sì perversi tempi? Perchè il nascer ne desti o perchè prima Non ne desti il morire, Acerbo fato? onde a stranieri ed empi Nostra patria vedendo ancella e schiava, E da mordace lima Roder la sua virtù, di null'aita E di nullo conforto Lo spietato dolor che la stracciava Ammollir ne fu dato in parte alcuna. Ahi non il sangue nostro e non la vita Avesti, o cara; e morto Io non son per la tua cruda fortuna. Qui l'ira al cor, qui la pietade abbonda: Pugnò, cadde gran parte anche di noi: Ma per la moribonda Italia no; per li tiranni suoi.
Padre, se non ti sdegni, Mutato sei da quel che fosti in terra. Morian per le rutene Squallide piagge, ahi d'altra morte degni, Gl'itali prodi; e lor fea l'aere e il cielo E gli uomini e le belve immensa guerra. Cadeano a squadre a squadre Semivestiti, maceri e cruenti, Ed era letto agli egri corpi il gelo. Allor, quando traean l'ultime pene, Membrando questa desiata madre, Diceano: oh non le nubi e non i venti, Ma ne spegnesse il ferro, e per tuo bene, O patria nostra. Ecco da te rimoti, Quando più bella a noi l'età sorride, A tutto il mondo ignoti, Moriam per quella gente che t'uccide.
Di lor querela il boreal deserto E conscie fur le sibilanti selve. Così vennero al passo, E i negletti cadaveri all'aperto Su per quello di neve orrido mare Dilaceràr le belve; E sarà il nome degli egregi e forti Pari mai sempre ed uno Con quel de' tardi e vili. Anime care, Bench'infinita sia vostra sciagura, Datevi pace; e questo vi conforti Che conforto nessuno Avrete in questa o nell'età futura. In seno al vostro smisurato affanno Posate, o di costei veraci figli, Al cui supremo danno Il vostro solo è tal che s'assomigli.
Di voi già non si lagna La patria vostra, ma di chi vi spinse A pugnar contra lei, Sì ch'ella sempre amaramente piagna E il suo col vostro lacrimar confonda. Oh di costei ch'ogni altra gloria vinse Pietà nascesse in core A tal de' suoi ch'affaticata e lenta Di sì buia vorago e sì profonda La ritraesse! O glorioso spirto, Dimmi: d'Italia tua morto è l'amore? Dì: quella fiamma che t'accese, è spenta? Dì: nè più mai rinverdirà quel mirto Ch'alleggiò per gran tempo il nostro male? Nostre corone al suol fien tutte sparte? Nè sorgerà mai tale Che ti rassembri in qualsivoglia parte?
In eterno perimmo? e il nostro scorno Non ha verun confine? Io mentre viva andrò sclamando intorno, Volgiti agli avi tuoi, guasto legnaggio; Mira queste ruine E le carte e le tele e i marmi e i templi; Pensa qual terra premi; e se destarti Non può la luce di cotanti esempli, Che stai? levati e parti. Non si conviene a sì corrotta usanza Questa d'animi eccelsi altrice e scola: Se di codardi è stanza, Meglio l'è rimaner vedova e sola.

(a cura di Pino Prete)

martedì 1 dicembre 2015

[Magla's Addicted] - Un cuore a metà, Santina Gullotto

Un cuore a metà

Santina Gullotto


La strada serpeggia tra i monti..... S'innua nel verdeviolato dal fuoco, che il caldo d'estate scatena violento, il secco dell'erba s'intreccia e si sfuma a distesa, tra il verdeblu dell'eternefelci..... E' l'aria opaca e pesante, appanna la vista, nasconde e divide il paesaggio sognante, tra un monte e l'altro. Il motore rovente in salita rallenta la corsa, riprendendo in discesa la sua solita velocità..... Maestosa, verso l'azzurro del cielo, si staglia la mia Etna, ornata da ovattate nubi. Il paesaggio riprende, la sua abitudinaria familiarità. E sempre li immobile, il gigante buono. a separare la terra dal cielo e la sua lontananza divide come sempre un cuore a metà.....

tratta dalla silloge "Il buio e la luce"
(a cura di Pino Prete)

lunedì 30 novembre 2015

[Magla's Addicted] - L'uno e l'altro, Julio Cortazàr

Julio Cortazàr
– L’uno e l’altro

E che le resta alla fine del raccolto? Queste due mani rugose, questa faccia dove cova il tempo. Dentro, ubriaco sul fondo il rospo batte dolcemente. Credo che conti venti, ventuno, ventidue, ventitrè o lunedì, martedì, mercoledì. Espediente per dormire, però non dorme. Fuori c’è vita dappertutto, e le banderuole girano e le nuvole. E’ triste essere così solo in questo insieme, questa nobiltà La morte la preferisce, e la poesia le tesse già corone. Però è triste non essere anche questo foglio di carta, queste parole, tutto ciò che circondandolo lo isola, e lo definisce, tutto quello che nel mondo lo condanna a essere testimone ed alla fine – quando, già pronto - bestia oscura di un’ascia trasparente.

(a cura di Pino Prete)

giovedì 26 novembre 2015

[Magla's Addicted] - poesia di Szymborska


Wislawa Szymborska
– Poesia


Siamo arrivati al punto che siedo ai piedi di un albero Sul corso del fiume un mattino assolato. È un evento futile che non entrerà nella storia. Non è una battaglia o un patto, per cui le ragioni si esaminano, né un tirannicidio degno di memoria. Eppure siedo al fiume, di fatto. E se sto qui, devo essere uscita da qualche parte ancora prima in molti altri posti devo essere stata, proprio come i conquistatori di terre, prima di salire a bordo. L’attimo fugace persino ha un fervido passato: il suo venerdi avanti il sabato, il suo maggio prima di giugno. Ha i suoi orizzonti altrettanto reali del binocolo d’un capitano. Quest’albero è un pioppo radicato da anni. Il fiume è il Raba che scorre non certo da oggi. Un sentiero non dell’altro ieri battuto fra i cespugli. Il vento, per spazzare via le nuvole, qui deve avercele prima sospinte. E malgrado d’intorno non accade niente di Grande il mondo non è per questo piu povero di particolari motivato peggio, meno preciso di quando se ne impadronivano i popoli in migrazione. Il silenzio non accompagna solo un segreto complotto né il corteo delle ragioni solo un’incoronazione, sanno essere tondi non solo gli inaggirabili anniversari delle rivolte ma pure gli aggirabili ciottoli tutt’intorno alla sponda. Il ricamo delle circostanze è fitto e intricato. Il punto a formica sull’erba. L’ordito dell’onda, in cui s’infila uno stecco. È andata cosi, che sto qui a guardare. Davanti a me una bianca farfalla sbatte nell’aria ali, che solo ad essa appartengono E mi vola sulla mano un’ombra, non un’altra, non chiunque, ma proprio la sua. Ad una simile vista m’abbandona ogni volta la certezza che quel che è importante lo sia più di ciò che non lo è affatto.
(a cura di Pino Prete)

mercoledì 25 novembre 2015

[Magla's Addicted] - Il tuo nome è il sapore del melograno, poesia di Julio Cortazàr

Julio Cortazàr
– Il tuo nome è il sapore del melograno -


Sei la benvenuta, la pietra originale dell’allegria, la danza assorta della statua che gli uccelli sentono e disperdono.
Quando nella sua coscia rossa i denti si slacciano al primo mezzogiorno della terra, fare il tuo nome è il sapore della melagranata.
Il tuo cuore inventa le mappe colorate, nei tuoi occhi si hamacano i globi della domenica, e quando sei in me, la notte si apre il petto, il sangue delle stelle cala fino ai tuoi capelli, al tuo nome, alla tua violenza.
Questa infinita sete, berti, disseccarti, cisterna di allegria, sperpero del grido che le labbra annegano in delirio.
Chi inventò il futuro, la sua macchina di sale, la sua rosa vuota. Questa pelle delle palpebre mi separa dal mondo però tu stai in lui, e più dentro vivi.

(a cura di Pino Prete)

martedì 24 novembre 2015

[Magla's Addicted] - Il vento racconta alle foglie, Santina Gullotto



IL VENTO RACCONTA ALLE FOGLIE
Santina Gullotto


Il vento sussurrando alle foglie… Racconta una storia crudele, le foglie rispondono al vento promettendo di consolare, quel grande cuore, ch’è col suo stanco sperare, riesce ancora ad amare… L’ulivo conosce la storia, di chi soffre senza rancore, di chi non smette mai di lottare, per tornare ancora a dare...
E, dona ogni pezzo di cuore e dona ogni goccia d’amore, e come il vento, riesce a parlare, solo a chi sa ascoltare… Solo le foglie ascoltano il vento, comprendendo il suo grande stupore, nel vedere soffrire ogni giorno, chi la vita l’ha spesa per amore, di chi per niente egoista nel dare se stessa ritrova, il senso di una vita vissuta nell’amore e nella purezza, di sentimenti veri e sinceri, che nessuno forse mai capirà.

(a cura di Pino Prete)

lunedì 23 novembre 2015

[Magla's Addicted] - Se devo vivere, Julio Cortazàr

Julio Cortazàr
– Se devo vivere -

Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento, la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell’opulenza si alzi il secco ramo della tosse, che latra il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace. Non imparerò per questo a meglio amarti, però sloggiato dalla felicità saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi. Questo voglio capirlo, ma mi inganno: sarà necessaria la brina dell’architrave perché colui che si ripari sotto il portale comprenda la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l’aroma dl pane che passa la sua mano bruna per la fessura. Tanto lontano ormai da te come un occhio dall’altro, da questa avversità che assumo nascerà adesso lo sguardo che alla fine ti meriti.

(a cura di Pino Prete)

venerdì 20 novembre 2015

[Magla's Addicted] - "L'odio" poesia di Wislawa Szymborska

Wislawa Szymborska
– L’odio

Guardate com’è sempre efficiente, come si mantiene in forma nel nostro secolo l’odio. Con quanta facilità supera gli ostacoli. Come gli è facile avventarsi, agguantare.
Non è come gli altri sentimenti. Insieme più vecchio e più giovane di loro. Da solo genera le cause che lo fanno nascere. Se si addormenta, non è mai di un sonno eterno. L’insonnia non lo indebolisce, ma lo rafforza.
Religione o non religione – purché ci si inginocchi per il via. Patria o non patria – purché si scatti alla partenza. Anche la giustizia va bene all’inizio. Poi corre da solo. L’odio. L’odio. Una smorfia di estasi amorosa gli deforma il viso.
Oh, quegli altri sentimenti – malaticci e fiacchi. Da quando la fratellanza può contare sulle folle? La compassione è mai arrivata per prima al traguardo? Il dubbio quanti volenterosi trascina? Lui solo trascina, che sa il fatto suo.
Capace, sveglio, molto laborioso. Occorre dire quante canzoni ha composto? Quante pagine ha scritto nei libri di storia? Quanti tappeti umani ha disteso su quante piazze, stadi?
Diciamoci la verità: sa creare bellezza. Splendidi i suoi bagliori nella notte nera. Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata. Innegabile è il pathos delle rovine e l’umorismo grasso della colonna che vigorosa le sovrasta.
È un maestro del contrasto tra fracasso e silenzio, tra sangue rosso e neve bianca. E soprattutto non lo annoia mai il motivo del lindo carnefice Sopra la vittima insozzata.
In ogni istante è pronto a nuovi compiti. Se deve aspettare, aspetterà. Lo dicono cieco. Cieco? Ha la vista acuta del cecchino e guarda risoluto al futuro – lui solo.

(a cura di Pino Prete)